lunedì 27 ottobre 2014

Lettera aperta a Vandana Shiva La lettera che Civiltà Contadina scrive a Vandana Shiva per capire le motivazioni della sua partecipazione come testimonial della manifestazione Milano Expo 2015.

Domenica 12 ottobre 2014, alla presenza di  centinaia di persone provenienti da tutta Italia e non solo - era presente anche il rappresentante di La Via Campesina dal Sudafrica, espressione del mondo contadino più consapevole e radicale – alla Ri-Maflow, fabbrica occupata ed autogestita dai lavoratori, c'era il meglio di quanto si muove in Italia sul tema della nuova ruralità: dalla Rete degli Ecovillaggi alle fattorie occupate, dai contadini per scelta, ai giovani che hanno deciso di ritornare alla campagna, non mancavano nemmeno i Gas, i collettivi e i centri sociali. Questa partecipata e qualificata assemblea faceva seguito ad una grande manifestazione, circa tremila persone, tenutasi a Milano il giorno prima dal nome “Expo fa male”.

In qualità di dirigente di Civiltà contadina - sono stato anche il presidente dell'associazione nazionale di seedsaver, salvatori di semi - nel mio intervento ho chiesto pubblicamente chiarezza tra le molte ambiguità e dubbie partecipazioni che ruotano intorno all'Expo, e soprattutto il perché un personaggio importante della caratura di Vandana Shiva abbia deciso di far da testimonial  a questo evento.
Senza ricordare i recenti arresti - a dimostrazioni dell'intreccio criminale tra 'ndrangheta, mafia del cemento – il motto di Milano Expo “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” prende forma con 1800 ettari di buona terra  seppelliti da una coltre di asfalto e cemento, tra costruzioni, strade ed autostrade, tangenziali inutili, con centinaia di contadini espropriati. Una buona terra, terra della pianura padana, di prima classe, sepolta per sempre da queste opere per Expo.


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Fonte: articolo su Terra Nuova di Teodoro Margarita

giovedì 23 ottobre 2014

Sentenza Lambro Condannato a 5 anni il custode della Lombarda Petroli Legambiente: “Bene la conclusione del processo ma temiamo che nessuno ripagherà i danni del disastro”

Milano, 22 ottobre 2014                                                                                     Comunicato stampa


Una condanna di primo grado a 5 anni per il custode della Lombarda Petroli ritenuto colpevole di disastro ambientale. E’ questo il risultato del processo relativo allo sversamento di oltre 2600 tonnellate d’idrocarburi che il 23 febbraio del 2010 hanno investito il Lambro. Sono trascorsi 4 anni e 8 mesi dalla terribile onda nera, tanto si è aspettato per avere delle risposte sulle responsabilità del disastro che ha inquinato il fiume, messo in ginocchio diversi depuratori e contaminato i terreni lungo l’asta del corso d’acqua fino al Po. E alla fine non sono stati individuati nè mandanti nè il movente. Intanto il custode dell’azienda è stato condannato a risarcire anche tutti i danni causati dalla sua condotta, per svariate centinaia di migliaia di euro, somma che dovrà essere stabilità nel dettaglio dal giudice civile.
“In attesa di leggere le motivazioni della sentenza possiamo dire di essere soddisfatti a metà – dichiara Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, associazione che insieme agli enti locali e ad altre organizzazioni si è costituita parte civile nel processo - bene che si sia individuato un responsabile di uno dei più gravi disastri ambientali che hanno colpito la Lombardia negli ultimi decenni, ma da questa vicenda appare chiaro quanto i territori e i cittadini siano ancora indifesi di fronte alla pericolosità che molte aziende rappresentano per il nostro ambiente. Il rischio, infatti, è che alla fine a rimetterci sia stato solo il fiume e l’ambiente, perché siamo molto dubbiosi che si potrà provvedere ad un vero risarcimento per tutti i danni causati dalle tante tonnellate di idrocarburi che sono fuoriusciti dalle cisterne della Lombarda Petroli”.

L'ufficio stampa Legambiente Lombardia 02 87386480

Via al progetto Seveso per acque pulite e sicure

Parte un sistema di interventi infrastrutturali per la difesa dalle alluvioni e per il disinquinamento del fiume con reti e impianti di depurazione
Milano, 20 ottobre 2014  - “Dopo aver discusso per 30 anni sulle possibili soluzioni per ridurre il rischio di esondazioni del fiume Seveso a Milano e nei comuni dell'hinterland come Lentate sul Seveso, Senago, Paderno Dugnano e Varedo; dopo aver registrato, solo nel recente passato una media di 2.5 allagamenti l’anno, con ingenti danni e costi (nel 2010, con l’allagamento delle stazioni della metropolitana, si sono registrati oltre 70 milioni di euro di danni) ; dopo l’estate 2014 con 6 esondazioni anche in centro a Milano (quella 7-8 luglio ha colpito 23 comuni diversi e causato 48 milioni di euro di danni); nonostante striscioni 'No alle vasche' appesi a Senago, noi apriamo la stagione dei cantieri. Anzi del doppio cantiere per un sistema di interventi infrastrutturali per la difesa dalle alluvioni e per il disinquinamento del fiume con reti e impianti di depurazione delle acque del Seveso". Così Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione #italiasicura di Palazzo Chigi, annuncia nella conferenza tecnica di Milano la svolta verso la mitigazione del rischio idrogeologico e la qualità delle acque con opere per la riqualificazione fluviale.

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lunedì 20 ottobre 2014

Messa in sicurezza del Seveso Legambiente: “Le vasche di Senago da sole non bastano. Servono grandi investimenti strutturali e territoriali”

Milano, 20 ottobre 2014                                                                              Comunicato stampa


A lato della seduta odierna in cui sono state illustrate le opere di messa in sicurezza del bacino del Seveso, Legambiente mette in guardia da pericolose semplificazioni. Infatti, visti i limiti di risorse disponibili, le vasche di Senago rischiano di essere l'unico intervento che verrà realmente finanziato e realizzato, anche imponendolo alle comunità locali, se necessario. Se così fosse, l'opera risulterebbe difficilmente accettabile sotto il profilo paesaggistico e ambientale, perché risulterebbe ricorrentemente allagata dalle acque luride del Seveso, e inoltre sarebbe assolutamente insufficiente a far fronte al problema di fenomeni meteoclimatici estremi.

Legambiente, intervenuta oggi durante la seduta, ribadisce la sua forte preoccupazione circa il rischio che ci si affidi esclusivamente ad un intervento ritenuto erroneamente salvifico: “Il bacino del Seveso richiede grandi investimenti strutturali e territoriali - dichiara Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - che devono includere le opere idrauliche di gestione delle emergenze ma devono essere inserite entro un piano d’area esteso all'intero bacino, volto a ripristinare condizioni accettabili di funzionalità del corso d'acqua e del territorio oggi eccessivamente cementificato. Vanno inoltre messi in conto interventi di delocalizzazione di edifici, a partire dalle aree di conclamato rischio idraulico in tutti i comuni rivieraschi. A regime, le vasche di Senago devono far parte delle opere che si attivano solo in ultima istanza, non certo essere usate come ordinarie valvole di sfogo per ogni piena”.

L’ufficio stampa Legambiente Lombardia 02 87386480

giovedì 16 ottobre 2014

Appello per la salvaguardia dei corsi d'acqua dall'eccesso di sfruttamento idroelettrico

Il Gruppo183 aderisce all'appello per la salvaguardia dei corsi d'acqua dall'eccesso di sfruttamento idroelettrico.
Il problema dell'eccessivo sfruttamento idroelettrico dei corsi d'acqua alpini ed appenninici costituisce oramai una vera e propria emergenza; le azioni a livello locale e regionale non hanno sortito fino a questo momento risultati apprezzabili, e qualunque confronto serio è reso impossibile dalla presenza degli incentivi governativi alle rinnovabili.
Solo una moratoria sulle concessioni e un ripensamento sostanziale del sistema di incentivazione potrà forse salvare gli ultimi tratti naturali dei nostri corsi d'acqua.
Per far questo si rende necessaria un'azione molto forte che coinvolga il maggior numero di associazioni comitati e movimenti che abbiano a cuore la salvaguardia dei fiumi e dell'ambiente.
Con queste premesse, sottoponiamo alla vostra attenzione un documento denominato APPELLO NAZIONALE IDROELETTRICO che vi chiediamo di leggere attentamente e di sottoscrivere.

Scarica l'appello

martedì 14 ottobre 2014

Dall'Olona puzze insopportabili: più controlli e basta agli scarichi industriali

Olgiate Olona, 13 ottobre 2014 - Ancora miasmi in Valle Olona, puzze che in alcuni momenti diventano insopportabili, un problema per i residenti nel tratto di fiume tra Cairate e Olgiate Olona, interessato di frequente dal fenomeno.
«Bisogna intervenire – dice Flavio Castiglioni, presidente del circolo di Legambiente Valle Olona – non è che la gente si inventa i disagi, i cittadini sono stufi, non è piacevole convivere con un fenomeno del genere che capita purtroppo abbastanza di frequente. Ed è un fenomeno che deve essere monitorato. Fino ad oggi quando si verifica si chiede l’intervento dei tecnici ma quando questi arrivano per gli accertamenti le puzze sono scomparse».
«Allora - prosegue - noi chiediamo che ci sia un monitoraggio continuo, puntuale di quello che succede all’Olona nel tratto interessato dalle puzze. Si tratta di installare i cosiddetti “nasi elettronici” utilizzati per questi rilievi, l’unico sistema per capire che cosa succede quando si verificano i miasmi».
Il rappresentante di Legambiente sottolinea ancora: «Sappiamo che all’origine del fenomeno c’è il malfunzionamento del depuratore che riceve ancora scarichi industriali contenenti sostanze che non è in grado di trattare. Per questo noi diciamo basta anche agli scarichi in deroga, alcuni sono stati ancora autorizzati, invece vanno cancellati e le aziende che fino ad oggi hanno scaricato in deroga devono dotarsi come hanno fatto altre imprese degli impianti di depurazione adeguati, altrimenti il fiume non si salva». Intanto nel territorio si attende che possano partire gli interventi per il recupero dell’Olona.
Un anno fa il Consiglio regionale aveva votato un documento a favore degli interventi per salvare il fiume, ma da allora operativamente si è fatto troppo poco secondo Castiglioni: «Si è perso tempo a livello di Ato, l’organismo composto dai comuni per la creazione della società che deve gestire tutto il ciclo dell’acqua e dunque anche i fondi destinati a recuperare l’Olona. Adesso è stato pubblicato il bando per la nomina del direttore della società. Speriamo che non si perda altro tempo e soprattutto che la figura che dovrà ricoprire la carica sia un tecnico preparato e non un politico. Intanto è stata persa l’occasione Expo 2015: l’Olona recuperato poteva essere un bel biglietto da visita. Invece rischiamo le sanzioni europee se entro il 2015 la qualità dell’acqua non sarà migliorata».

Fonte: Il Giorno.it

Il 7 novembre Convegno Nazionale per i 25 anni della legge 183

I venticinque anni trascorsi dall’approvazione della legge quadro sulla difesa del suolo hanno marcato un evidente arricchimento degli strumenti di pianificazione di settore e delle strutture burocratiche poste a capo della materia, ma hanno visto la solita inefficacia e impotenza dell’azione pubblica di prevenzione dei dissesti di fronte a un ripetersi costante, inesorabile, dei disastri idrogeologici.
Lo stesso recepimento delle direttive europee si è tradotto talvolta in un’ipertrofia normativa e di pianificazione alla quale non ha fatto seguito un reale miglioramento dell’assetto del territorio. I nuovi strumenti di pianificazione o di controllo si aggiungono agli antichi senza sostituirli, così come le nuove istituzioni si assommano a quelle preesistenti senza riuscire ad assorbirle in una coerente architettura istituzionale. L’esecuzione degli interventi di prevenzione resta compito potenziale di una serie interminabile di enti, talora in reciproco conflitto, il che rende impossibile pensare a una responsabilità di risultato.
Nella prospettiva di un Paese che ha bisogno di “cambiare verso” è assolutamente necessario rimettere ordine nelle materie della difesa del suolo e della salvaguardia naturalistica dei corsi d’acqua, dalle quali dipendono in larga misura non solo la sicurezza e il benessere delle popolazioni e la qualità del territorio, ma anche la possibilità di sviluppare lavoro e occupazione e di dare una importante spinta alla ripresa economica nazionale, attraverso:
• la facilitazione e l’incentivazione degli interventi e delle azioni preventive di difesa del suolo;
• la restituzione di centralità al tema della manutenzione programmata del territorio;
• la semplificazione delle procedure amministrative, l’accorpamento dei soggetti istituzionali chiamati in causa, la costituzione di coordinamenti efficaci che presidino l’intero percorso che va dalla programmazione all’attuazione, alla manutenzione e al controllo degli interventi di prevenzione;
• il recupero di istituzioni e meccanismi storicamente affidabili e ingiustamente abbandonati;
• l’eliminazione degli sprechi nell’utilizzazione delle risorse economiche e umane disponibili.

Il Gruppo183 invita quindi al Convegno Nazionale "Difesa del suolo e manutenzione programmata del territorio - I 25 anni della legge 183" previsto il prossimo 7 novembre 2014 presso Reggia di Portici (NA).

lunedì 13 ottobre 2014

Il dramma di Genova è un monito per Milano: non ci si illuda, le vasche di Senago non sono la soluzione

“Per il Seveso serve un piano d'area regionale,  occorre ridare spazio al torrente e terra alle piogge”


Nelle ore in cui l'alluvione devasta Genova, non è possibile non pensare alle acque della metropoli milanese, e prima di tutto al torrente Seveso, che la scorsa estate ha ripetutamente turbato il sonno dei politici e sommerso interi quartieri di Milano.  Ora la soluzione sembra a portata di mano, con i finanziamenti previsti per le vasche di laminazione a Senago, comune che nemmeno fa parte del bacino idrografico del Seveso, ma che dovrà sacrificare il proprio territorio per la tranquillità dei milanesi. Ma è una soluzione buona per qualche taglio di nastro, non certo per risolvere i problemi di un bacino cementificato come e più di quello dei colli che sovrastano il capoluogo ligure. Già il fatto che per trovare un terreno libero si sia dovuto pensare di realizzare le vasche di laminazione a 5 km dall'asta del torrente è significativo: lungo il corso del Seveso non c'è più un pezzo di terra libero dal cemento in cui lasciar sfogare la furia del torrente. “E' il classico scaricabarile - denuncia Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - Milano ha messo il torrente sotto terra e non si è preoccupata di attuare misure preventive per le aree che si allagano, i comuni a nord hanno occupato tutto il territorio libero e non hanno spazio per gestire le piene, ora si cercano terreni liberi per laminare le piene e si scopre che si è consumato tutto il suolo: occorre cambiare le regole d'uso del territorio, partendo dal ripristino della permeabilità dei suoli, e per farlo la Regione deve scendere in campo non solo con le grandi opere, ma anche con una politica di riassetto idraulico dell'intero bacino, a partire dallo stop al nuovo consumo di suolo”.
I numeri, per il Seveso, non tornano: le vasche di Senago saranno alimentate dal canale scolmatore, che già devia 30 metri cubi al secondo dal Seveso in caso di piena. Con la realizzazione delle vasche a Senago la portata derivata potrà raddoppiare, e quindi la frequenza degli eventi alluvionali a Milano potrà ridursi. Ma il Seveso è capace di scaricare, in caso di eventi piovosi anche molto meno violenti di quello che sta interessando Genova, fino a 140 mc/secondo di acqua. E' chiaro dunque che la soluzione idraulica, rappresentata dallo scolmatore e dalle nuove vasche, non risolve il problema di Milano. La soluzione richiede ben altri interventi, che coinvolgano tutto il patrimonio edilizio e infrastrutturale del Nord Milano, affinchè le acque di pioggia possano essere gestite e al torrente vengano restituiti spazi per moderare la furia delle acque. “Gli interventi idraulici sono indubbiamente utili, ma non esistono soluzioni miracolose - conclude Di Simine - per affrontare il problema del Seveso occorre un piano d'area regionale, che imponga la gestione delle acque superficiali a tutti i comuni del bacino. Occorre ripristinare, ovunque possibile, gli spazi del torrente occupati da edifici e argini, imporre requisiti di permeabilità per le nuove costruzioni e ristrutturazioni, dedicare al drenaggio le aree dismesse, delocalizzare edifici e impedire l'uso abitativo di vani seminterrati nelle aree di possibile esondazione, anche e soprattutto in città. Finchè ogni comune penserà di disporre del territorio a proprio piacimento, i milanesi e le popolazioni rivierasche del Seveso non potranno dormire sogni tranquilli”.

L’ufficio stampa Legambiente Lombardia 02 87386480

venerdì 10 ottobre 2014

Il dramma di Genova è un monito per Milano: non ci si illuda, le vasche di Senago non sono la soluzione

Milano, 10 ottobre 2014                                                                                 Comunicato stampa

“Per il Seveso serve un piano d'area regionale,
 occorre ridare spazio al torrente e terra alle piogge”

Nelle ore in cui l'alluvione devasta Genova, non è possibile non pensare alle acque della metropoli milanese, e prima di tutto al torrente Seveso, che la scorsa estate ha ripetutamente turbato il sonno dei politici e sommerso interi quartieri di Milano.  Ora la soluzione sembra a portata di mano, con i finanziamenti previsti per le vasche di laminazione a Senago, comune che nemmeno fa parte del bacino idrografico del Seveso, ma che dovrà sacrificare il proprio territorio per la tranquillità dei milanesi. Ma è una soluzione buona per qualche taglio di nastro, non certo per risolvere i problemi di un bacino cementificato come e più di quello dei colli che sovrastano il capoluogo ligure. Già il fatto che per trovare un terreno libero si sia dovuto pensare di realizzare le vasche di laminazione a 5 km dall'asta del torrente è significativo: lungo il corso del Seveso non c'è più un pezzo di terra libero dal cemento in cui lasciar sfogare la furia del torrente. “E' il classico scaricabarile - denuncia Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - Milano ha messo il torrente sotto terra e non si è preoccupata di attuare misure preventive per le aree che si allagano, i comuni a nord hanno occupato tutto il territorio libero e non hanno spazio per gestire le piene, ora si cercano terreni liberi per laminare le piene e si scopre che si è consumato tutto il suolo: occorre cambiare le regole d'uso del territorio, partendo dal ripristino della permeabilità dei suoli, e per farlo la Regione deve scendere in campo non solo con le grandi opere, ma anche con una politica di riassetto idraulico dell'intero bacino, a partire dallo stop al nuovo consumo di suolo”.
I numeri, per il Seveso, non tornano: le vasche di Senago saranno alimentate dal canale scolmatore, che già devia 30 metri cubi al secondo dal Seveso in caso di piena. Con la realizzazione delle vasche a Senago la portata derivata potrà raddoppiare, e quindi la frequenza degli eventi alluvionali a Milano potrà ridursi. Ma il Seveso è capace di scaricare, in caso di eventi piovosi anche molto meno violenti di quello che sta interessando Genova, fino a 140 mc/secondo di acqua. E' chiaro dunque che la soluzione idraulica, rappresentata dallo scolmatore e dalle nuove vasche, non risolve il problema di Milano. La soluzione richiede ben altri interventi, che coinvolgano tutto il patrimonio edilizio e infrastrutturale del Nord Milano, affinchè le acque di pioggia possano essere gestite e al torrente vengano restituiti spazi per moderare la furia delle acque. “Gli interventi idraulici sono indubbiamente utili, ma non esistono soluzioni miracolose - conclude Di Simine - per affrontare il problema del Seveso occorre un piano d'area regionale, che imponga la gestione delle acque superficiali a tutti i comuni del bacino. Occorre ripristinare, ovunque possibile, gli spazi del torrente occupati da edifici e argini, imporre requisiti di permeabilità per le nuove costruzioni e ristrutturazioni, dedicare al drenaggio le aree dismesse, delocalizzare edifici e impedire l'uso abitativo di vani seminterrati nelle aree di possibile esondazione, anche e soprattutto in città. Finchè ogni comune penserà di disporre del territorio a proprio piacimento, i milanesi e le popolazioni rivierasche del Seveso non potranno dormire sogni tranquilli”.

L’ufficio stampa Legambiente Lombardia 02 87386480

SEVESO, MARAN: “BENE PAROLE DI D’ANGELIS, CONFERMANO IMPEGNO DEL GOVERNO. AVANTI COL PROGETTO”


Milano, 9 ottobre 2014 – “Le parole pronunciate oggi sul Seveso da Erasmo D’Angelis sono un’ottima notizia per Milano e confermano l’impegno preso dal Governo a luglio di quest’anno, quando si era stabilito che la difesa idrica del fiume era un’opera strategica nazionale.
È indispensabile che gli interventi per il piano di vasche di laminazione, che ridurranno drasticamente il rischio di esondazione, siano accompagnati da un piano di depurazione del fiume. E l’annuncio di D’Angelis, che conferma risorse su entrambi i fronti, va in questa direzione.
Il Comune di Milano ha già messo a disposizione una cifra molto significativa per questo intervento, ma solo un contributo nazionale, come quello reso noto oggi, permetterà di affrontare alla radice un problema che si trascina da decenni con gravi conseguenze per i cittadini milanesi.
Ora avanti col progetto”.

Lo dichiara l’assessore all’Ambiente Pierfrancesco Maran commentando l’annuncio del coordinatore della struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, Erasmo D’Angelis, rilasciato durante la conferenza stampa di presentazione della campagna istituzionale del Governo “Se l’Italia si Cura, l’Italia è più sicura”.

Fonte: Segreteria ufficio stampa Comune di Milano

lunedì 6 ottobre 2014

La cascata fa troppo rumore: multa al sindaco per l’Orrido di Bellano

I celebri «salti d’acqua» disturbano i residenti: il Comune è stato multato per inquinamento acustico. Il sindaco: «Non pagheremo, è proprietà della Regione»

di Paolo Marelli

A Bellano, sulla sponda lecchese del lago di Como, c’è una cascata che fa troppo rumore. Motivo per cui il Comune è stato multato. I salti d’acqua fra i canyon di rocce all’interno dell’oasi protetta dell’Orrido, uno spettacolo naturale che calamita ogni anno migliaia di turisti (80% stranieri), sono finiti nel mirino dei controlli dell’Arpa. Ispezioni e misurazioni dei tecnici scattate dopo la denuncia di un residente che lamentava un frastuono assordante per l’abbondanza di acqua causata dall’estate piovosa. Risultato? L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ha sanzionato il Comune di Bellano per inquinamento acustico. L’amministrazione locale avrà 30 giorni di tempo per pagare il minimo della multa beffa: 1.032 euro. 

Ma il sindaco Roberto Santalucia (centrosinistra) dice che il Comune non pagherà: «Non tireremo fuori in centesimo. Perché la cascata non è di proprietà del Comune ma della Regione. Ed è sempre la Regione che stabilisce anche la quantità di acqua rilasciata. Ecco perché ho fatto ricorso contro le violazioni riscontrate dall’Arpa. E come ho scritto al prefetto di Lecco e al premier Renzi, piuttosto che pagare la multa, sono disposto a dimettermi». Ma al di là della sanzione, su cui si è innescato un braccio di ferro burocratico fra Comune, Arpa e Pirellone, il caso della cascata dell’Orrido divide i 3.300 abitanti di Bellano fra pro e contro. C’è il partito dei contrari, soprattutto chi abita nelle vicinanze, che lamenta «un eccesso di rumore. Al punto che, se si lasciano le finestre aperte, non si riesce nemmeno ad ascoltare il televisore. Per cui andrebbe limitata la portata». E c’è lo schieramento dei favorevoli: «La vista della cascata è uno spettacolo meraviglioso. Un dono della natura che occorre tutelare. Il rumore? Un valore aggiunto». 

Ma il sindaco Roberto Santalucia (centrosinistra) dice che il Comune non pagherà: «Non tireremo fuori in centesimo. Perché la cascata non è di proprietà del Comune ma della Regione. Ed è sempre la Regione che stabilisce anche la quantità di acqua rilasciata. Ecco perché ho fatto ricorso contro le violazioni riscontrate dall’Arpa. E come ho scritto al prefetto di Lecco e al premier Renzi, piuttosto che pagare la multa, sono disposto a dimettermi». Ma al di là della sanzione, su cui si è innescato un braccio di ferro burocratico fra Comune, Arpa e Pirellone, il caso della cascata dell’Orrido divide i 3.300 abitanti di Bellano fra pro e contro. C’è il partito dei contrari, soprattutto chi abita nelle vicinanze, che lamenta «un eccesso di rumore. Al punto che, se si lasciano le finestre aperte, non si riesce nemmeno ad ascoltare il televisore. Per cui andrebbe limitata la portata». E c’è lo schieramento dei favorevoli: «La vista della cascata è uno spettacolo meraviglioso. Un dono della natura che occorre tutelare. Il rumore? Un valore aggiunto». 

A difendere la cascata della discordia c’è anche il sindaco Santalucia: «La cascata e i suoi canyon fra le rocce sono un’attrazione per il turismo. Più che limitata, andrebbe valorizzata. La quantità d’acqua viene costantemente monitorata dalla piccola centrale che sfrutta dei salti per ricavarne energia elettrica. E poi il rumore si sente soltanto di giorno, in quanto la notte la portata viene azzerata». Dal canto suo, l’Arpa precisa che i risultati delle misurazioni sull’inquinamento acustico dell’Orrido «sono stati inviati al Comune, ente cui spetta comminare la sanzione, unitamente alla contestazione e notifica di violazione al “soggetto responsabile” e cioè il proprietario dell’Orrido di Bellano che, in questo caso, risulta essere il Comune stesso».

 

 

Il Parco che Unisce

Partecipate numerosi!!!!!!!!!!!!!



venerdì 3 ottobre 2014

CONSIGLIO COMUNALE APPROVA LE MODIFICHE ALLO STATUTO DELL’ATO



Milano, 2 ottobre 2014 – Il Consiglio comunale ha approvato oggi con 29 voti favorevoli e 7 astenuti gli atti fondamentali e le modifiche allo statuto dell'ATO (Azienda Speciale Ufficio d'Ambito Territoriale Ottimale della città di Milano).

L’ATO diviene l'azienda tramite la quale il Comune di Milano eserciterà le funzioni di organizzazione e controllo del servizio idrico integrato. Viene modificata la durata del C.d.A., da 4 a 3 anni e vengono ridefiniti i compiti del collegio dei revisori.

INCENDIO CORTEOLONA: PATTEGGIAMENTO E RITO ABBREVIATO CON CONDANNE A PENE CHE VANNO DA DUE A QUATTRO ANNI DI RECLUSIONE

Milano, 17 Maggio 2019                                                                       Comunicato stampa   ...