Il blog dell'acqua per tutte le vostre domande e questioni sul tema

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A voi, navigatori, il compito di completare con le vostre idee e proposte questo strumento d'azione.

martedì 26 gennaio 2010

Acqua, l'Italia affoga nei debiti


Le società di sinistra che gestiscono il sistema idrico dovevano 1,2 miliardi all’Ue. Ma grazie al centrodestra la sanzione ora è stata ridotta a 400 milioni. Nel triennio ’96-’99 Prodi e D’Alema le agevolarono per quotarsi in Borsa

Le municipalizzate rosse fanno shopping, il governo Berlusconi riduce i loro debiti. Attraverso gli accordi trentennali con gli Ato (praticamente irrisolvibili, pena danarose penali a carico del contribuente) e grazie anche a una transumanza di ex manager pubblici vicini al centrosinistra ai vertici delle 91 Autorità di ambito territoriale, negli ultimi 15 anni queste società non hanno investito a sufficienza nella ristrutturazione della rete degli acquedotti (come dimostrano le ricerche di Kpmg e Althesys pubblicate ieri sul Giornale), ma hanno preferito andare a caccia di azioni.

E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il sistema fa acqua e manca un’Autorità di controllo che sorvegli e sanzioni le irregolarità. Il dl Ronchi, la riforma di riassetto del sistema dei servizi pubblici che entrerà a regime nel 2012 la prevede, anche se non è chiaro se si tratterà di un Garante vero e proprio, di una sezione specifica in capo all’Authority per l’Energia o di un rafforzamento del Co.vi.ri (il comitato per la vigilanza dell’uso delle risorse idriche).

Anziché liberalizzare il sistema e sottrarre un bene così prezioso dal giogo della politica, separando la proprietà delle reti dalla gestione del servizio idrico, si è preferito percorrere una strada che ha dato solo problemi e creato debiti. «Colpa» anche della stessa legge Ronchi, che anziché disinnescare questo meccanismo finanziario, l’ha reso obbligatorio. Non è un caso che le critiche al provvedimento siano arrivate da importanti componenti della stessa maggioranza, con in testa la Lega Nord. E dunque, entro il 2012 le società che vogliano continuare ad assegnare la gestione dei servizi idrici anche senza gara (procedura sanzionata dalla Ue) dovranno abbassare la quota di controllo pubblico al 30%.

Un peccato «politico» per chi, come il sindaco di Roma Gianni Alemanno, aveva la possibilità di modificare la governance dell’ex municipalizzata romana Acea, fino a ieri poltronificio delle giunte rosse Rutelli e Veltroni e di Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero e suocero del leader Udc Pier Ferdinando Casini. Il caso Acea è emblematico: controllata al 51% dal Comune di Roma, tra gli azionisti di minoranza «pesante» ci sono la francese Gdf-Suez (9,9%), partner nelle joint venture elettriche in AceaElectrabel, che vorrebbe comprare più azioni e lo stesso costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone (azionista con circa il 7,9 per cento delle quote) assieme al fondo britannico Pictet (2,2%). La cessione delle quote in mano al Campidoglio (agli attuali prezzi di mercato, visto che negli ultimi 20 mesi ha dimezzato il suo valore passando dai 13,5 euro di maggio 2008 agli attuali 7 e rotti) vale tra i 300 e i 400 milioni di euro. Una mossa annunciata dallo stesso Alemanno al Sole24Ore qualche giorno fa, che non è passata inosservata. Le azioni Acea infatti fanno gola agli azionisti di minoranza come Gdf e Caltagirone, che ha la prelazione sull’acquisto, ma anche ad altri soggetti come Iride e la milanese A2A.

Il Corriere della Sera, qualche giorno fa, ha malignamente lasciato intendere che questa decisione sia in qualche modo legata all’alleanza Pdl-Udc che sostiene Renata Polverini. E che smentisce quanto Alemanno aveva annunciato solo a settembre scorso, anche se la risposta ai dubbi dei suoi detrattori è appunto: «Sono obbligato dalla legge Ronchi». Vero. Ma è altrettanto vero che così facendo la sua amministrazione di centrodestra agevola la crescita, nella municipalizzata romana, di soggetti oggi in minoranza e storicamente vicini al Pd come l’emiliana Hera. Acea e Hera per anni si sono annusate, e il reciproco interesse non è mai veramente scemato. Hera è la multi utility emiliana, controllata al 62% dai Comuni della Provincia di Bologna (18,8%), Romagna (26,0%), Modena (13,9%) e Ferrara (3,3%). Il restante 38% è flottante in Borsa. La guida l’ex Telecom bresciano Tomaso Tommasi di Vignano (già Iritel e Stet) e considerato vicinissimo all’ex premier Romano Prodi, che è rimasto scottato dal mancato matrimonio con Enia e Iride, sponsorizzato dalla sinistra. Ieri ha chiuso a 1,65 euro ma in passato valeva anche 3,30 euro. Nel 2007 la sinistra avrebbe fortemente voluto una fusione a tre tra la ex municipalizzata, Enia (nata dalla fusione, avvenuta nel marzo 2005, tra Agac, Amps e Tesa, aziende municipalizzate delle Province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza) e Iride (nata grazie all’integrazione fra Aem Torino e Amga Genova, oggi il terzo operatore nazionale nel settore dei servizi a rete).
Hera è stata esclusa, con grande rammarico di Tommasi di Vignano, e anche il matrimonio tra Iride e Enia attraversa un periodo di burrasca: colpa delle sanzioni dell’Unione europea comminate alle utility nel periodo 1996-1999, quando il centrosinistra consentì alle «sue» municipalizzate di quotarsi in Borsa grazie a incentivi fiscali che Bruxelles (che forse non aspettava altro) ha deciso di bollare come «aiuti di Stato» e sanzionare. Multe salate, mica bruscolini.

Mentre Enia, quotata in Borsa molto dopo, ha i conti a posto, i debiti con l’Erario di Iride sarebbero di 135 milioni di euro. «Sono debiti che non abbiamo intenzione di accollarci», disse qualche mese fa il sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio. Tra le utility che usufruirono di aiuti di Stato nello stesso triennio ci sono anche la lombarda A2A, Acea e la stessa Hera. La cosa strana è che a togliere dai guai le ex municipalizzate rosse ci sta pensando il governo Berlusconi. Qualche settimana fa il sottosegretario all’Economia Stefano Saglia ha annunciato che Palazzo Chigi ha intenzione di presentare all’Unione Europea una proposta per alleggerire l’impatto della restituzione da parte delle ex municipalizzate degli aiuti di Stato legati alla moratoria fiscale adottata dal centrosinistra. Il primo passo è stato già compiuto: il decreto legge «Obblighi comunitari» dispone la restituzione di circa 400 milioni di euro a carico delle ex municipalizzate, a fronte di una multa di 1,2 miliardi di euro che il commissario Ue per la concorrenza, Neelie Kroes, aveva comminato. Grazie a Berlusconi le sanzioni per A2A sono scese a 200 milioni, quelle a carico di Acea a 90 milioni, di Iride a 65 milioni e di Hera a 23 milioni. Dopo le concessioni del dl Ronchi è un altro favore che il centrodestra ha fatto alle ex municipalizzate rosse. Ce n’era proprio bisogno?

Fonte: Il Giornale martedì 26 gennaio 2010 di Felice Manti

giovedì 3 dicembre 2009

Lambro - il video

Il video del viaggio fatto da Io, Donna e Legambiente sul fiume Lambro

Fonte: Corriere.it - Marzio Myan - 3 dicembre 2009

Allarme Lambro: Milano salvi il suo fiume

È uno dei corsi d’acqua più inquinati al mondo. «Io donna» l’ha perlustrato con Legambiente


Scendendo il Po a motore spento, spinti dalla corrente, sul barchino dei pescatori di pesce siluro, si ha l’impressione che, all’approssimarsi della foce del Lambro, sul lato sinistro, all’altezza di Orio Litta nel Lodigiano, il Grande fiume provi ribrezzo, anzi terrore. Scarta sulla destra, come se sentisse odore di morte. Quasi sapesse che lo sta per colpire uno dei fiumi più inquinati del mondo, 40 metri cubi di veleno al secondo, i due terzi degli scarichi civili e industriali della Lombardia, l’equivalente del liquame prodotto da undici milioni di abitanti.

Solo qualche attimo prima, nella luce tersa del tramonto autunnale, il Po sembra trasparente e ancora pervaso dell’odore muschiato delle valli - sullo sfondo i pioppi che fanno la guardia alla via Francigena: poi arriva il lento e tremendo impatto con la brodaglia grigiastra, bluastra, livida e fetida. Ma non è questione estetica: il Lambro inietta nel Po - e quindi nell’Adriatico - il 60 per cento di tutto l’azoto in arrivo dagli scarichi civili, il 40 per cento di tutti i metalli tossici come piombo e cadmio, il 20 per cento di rame e zinco, il 15 per cento di cromo nichel e arsenico. Un intruglio che impiega una ventina di chilometri prima d’essere assorbito; dicono che dall’alto si vede un pennacchio scuro dipanarsi sulla riva sinistra, dallo sversamento giù fino a Piacenza.

Orio Litta: è qui che è terminato il viaggio di Io donna (in collaborazione con Legambiente) lungo i 130 chilometri del Lambro, il fiume morto che attraversa la terra più prospera d’Italia e soprattutto Milano, la città dell’Expo 2015 dedicato all’alimentazione, allo sviluppo sostenibile e, appunto, all’acqua. Secondo Carlo Petrini, il visionario presidente di Slow Food, l’Expo avrà successo «solo se sapremo risanare il Lambro, simbolo del degrado ambientale ed etico italiano, e farne la nostra Tour Eiffel». Eppure Petrini la sa la storia. Era il 1975 quando Giorgio Ruffolo stanziò cinquemila miliardi per il risanamento del Lambro. «Tra due anni verrò a mangiare la trote, ci disse il ministro» ricorda Peppino Pisati, vicesindaco di Sant’Angelo Lodigiano, il comune delle prime proteste. Era sempre il 1973 quando il sindaco di Milano Aldo Aniasi insediò la prima commissione di esperti per il depuratore. Decenni buttati, miliardi di lire divorati, spartizione di appalti a suon di tangenti, gente in galera;

fino ai giorni nostri con milioni di euro pagati in multe per violazione delle direttive europee... Nel frattempo il Tamigi diventava balneabile. Il Ruhr addirittura uno dei più pescosi della Germania. Solo da un lustro Milano ha tre depuratori, ma, nonostante accenni di miglioramento, il Lambro resta il Lambro, con il suo 53 per cento costituito da escrementi (che in estate può diventare l’80 per cento). «Si può fare, non solo perché ce l’impone l’Unione europea» dice Petrini. «Vengo dal Piemonte dove hanno resuscitato la Bormida, quella dell’Acna di Cengio per intenderci. Gli ecosistemi si ripopolano. Bene punire le tante industrie e fabbrichette che non depurano, bene la nuova tecnologia degli impianti; ma non basta, bisogna assegnare pezzi di fiume alla responsabilità delle comunità locali. Se Milano e l’Italia perdono questa opportunità è finita».

Siamo partiti ovviamente da monte. Località Piano Rancio, appena sopra il Ghisallo, nel Comasco. Quasi mille metri. Dopo un’inerpicata tra abeti rossi e larici, tra due massi erratici vedi sgorgare la classica sorgente del classico fiume. Solo che quell’insegna in pietra, “Qui nasce il fiume Lambro”, a viaggio compiuto, sembra una lapide, l’annuncio di una vita effimera. Il tempo di osservarlo percorrere con sventatezza la Valassina in compagnia del martin pescatore, imboccare la valle di Erba tra i capannoni e le serre, che a Merone è già senza pesci (escluso il bionico cavedano, pescato e mangiato dagli extracomunitari) e a Monza non ti viene più di chiamarlo fiume, ma solo il Lambro, sinonimo di fogna a cielo aperto.

Giunto a San Maurizio, all’ombra delle colline artificiali fatte con le scorie della Falck, lo scarico del depuratore ne raddoppia la portata e il mondo a quel punto gli mostra il lato B: cominciano le favelas metropolitane. «Il Lambro è ormai vissuto come un problema, non come una risorsa» dice Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, la nostra guida: «L’ultima rilevazione dell’Arpa regionale indica che, grazie ai depuratori, lo stato ecologico generale fa timidi passi, ma i dati sulla contaminazione fecale mostrano le falle di un sistema di depuratori inadeguato, come a Monza». L’impresa è eroica: nell’imbuto del Lambro, che comprende anche il Seveso e l’Olona e quindi il Varesotto, convogliano scarichi biologici e industriali che neanche il Danubio ce la farebbe. «E ci sono almeno sette-otto milioni di abitanti equivalenti “non trattati”» aggiunge Damiano: «Che cioè sversano non collegati ai depuratori. Bisogna recuperarli. E poi si deve ripristinare il più possibile il sistema idrico naturale, devastato dalla cementificazione; costruire una rete di parchi e piste ciclabili per riconsegnare al Lambro dignità di fiume. Milano diventerebbe una città auropea».

Parco Lambro è nato prima del Grande Avvelenamento. Offre ancora scorci alla Monet, basta turarsi il naso e lavorare di fotoshop alla vista di schiume inquietanti e grasse pantegane. Lungo il corso d’acqua niente mamme, bambini o cani. Ultimamente, forse sazi delle discariche, galleggiano centinaia di gabbiani. Quest’estate sono morte in un sol giorno venti anatre: botulino, ci dicono all’Istuto zooprofilattico di Milano.

E pensare che le verze e le cicorie degli orti abusivi lungo le sponde vengono irrigati con quest’acqua. Che gusto avranno?

Alla Cascina Santa Brera, Melegnano, la signora Irene di Carpagna racconta che tre anni fa ha spigolato del mais raccolto da contadini a ridosso degli argini: «Era per le galline. Sono tutte morte insette giorni. Forse una coincidenza, ma quest’acqua mi fa paura». Irene, che coltiva verdura biologica ben distante dal Lambro, cinque anni fa ha piantumato 12 mila alberi sui terreni golinari di sua proprietà: «Sono già alti quindici metri...».

Quella dell’irrigazione dei campi nel Basso Lambro è questione misteriosa: a Sant’Angelo Lodigiano e a San Colombano assicurano che è prassi generale.

«Al Parco delle Carrettine c’è un pozzo riempito con le pompe che aspirano dal Lambro, quell’acqua è piena di salmonella» dice Pietro Domenichelli, agronomo in pensione di San Colombano. L’assessore regionale ai Servizi di pubblica utilità Massimo Buscemi replica che sono «fenomeni residuali». «La verità è che del Lambro si sono stancati tutti, anche gli ambientalisti. C’è rassegnazione» taglia corto Pisati, vicesindaco di Sant’Angelo, il comune che è alla confluenza del Lambro vero e proprio con quello cosiddetto Meridionale, che dopo Milano raccoglie le acque di Seveso e Olona. Qui ogni estate ci sono ricoveri per malori causati dall’effetto aerosol al balzo in zona San Rocco. «Il sabato puzza di più, perché a Milano e in Brianza, senza paura di controlli, le fabbriche aprono le paratie. Se c’è piena poi viene giù di tutto, anche maiali morti. È una bomba».


Il senso di impotenza arriva anche dagli esempi positivi come quello di Cerro al Lambro, una bonifica che ha ripulito 110 mila tonnellate di melma acida scaricate abusivamente in trent’anni in una golena. «La bonifica dei terreni contaminati è possibile » dice il direttore dei lavori, l’ingegner Claudio Tedesi «ma il Lambro diventerà un fiume solo quando si puliranno i sedimenti del fondo, ben più pericolosi dei terreni, lì ci sono decenni di piombo, animine cancerogene... Chi si prende la responsabilità di toccare quella roba?». E l’appello di Petrini, allora? «La Regione lo raccoglie» garantisce l’asserrore Buscemi: «Abbiamo siglato il Contratto di fiume per il Lambro, un tavolo con 50 soggetti, enti pubblici, associazioni. Entro i primi mesi del 2010 verrà stimata la spesa, si procederà alle gare d’appalto e per il 2011 garantiamo l’inizio dei lavori». Speriamo che non sia una promessa stile le trote di Giorgio Ruffolo.

Fonte: Corriere.it - Marzio G. Mian - 3 dicembre 2009

martedì 24 novembre 2009

Milano da Bere - Festa di condominio in Via Fogazzaro 14

Che strano. Per una volta, forse la prima, non ho visto condomini litigare su canne fumarie, spese o spazzatura, ma darsi una mano e progettare, nel piccolo giardino a disposizione una bella festa. Li ho visti cucinare leccornie, chiacchierare, conoscersi e dibattere sull'acqua del palazzo. E' stata infatti l'Acqua ad unirci il 21 novembre in via Fogazzaro, 14.

Ma raccontiamo l'antefatto. Da quest'anno Legambiente e Università Bicocca lavorano congiuntamente, con il contributo di Regione Lombardia, al progetto Milano e Provincia da Bere, creato per diffondere una nuova cultura della risorsa acqua. All'interno del progetto sono previste diverse azioni: creazione di un kit didattico per permettere l'analisi dell'acqua, lezioni nelle classi e banchetti e stand di diffusione di materiali informativi sull'acqua, come i frangigetto, i kit per le famiglie e le Piccole Guide al consumo critico dell'acqua di Altreconomia.

Perchè dunque non creare una bella festa di condominio e rendere più piacevole questo messaggio? Ed ecco il motivo della festa al numero 14. Ma la vera sorpresa è la grande partecipazione di tutti: sia degli abitanti del palazzo che hanno portato torte dolci e salate, focaccine, gnocchi fritti, patatine, polentine e gorgonzola, cioccolata calda e vin brulè (non nell'ordine presentato!); sia dei passanti e dei curiosi dei condomini vicini che della festa sono venuti a conoscenza per passaparola. E non solo adulti, ma tanti bambini che hanno aiutato nell'allestimento del “set” gonfiando dozzine di palloncini e animato il cortile con i loro giochi.

Oltre al mangiare, come già scritto, Legambiente ha diffuso, dopo averne fatto una prova sul posto, i kit dell'Università, assieme ai filtri frangigetto, alle Piccole Guide e ad altri materiali informativi utili nei condomini. E non ci siamo fatti mancare nemmeno la celebrazione della Festa dell'Albero! Quattro giovani piante di alloro sono state messe a dimora dai bambini che se ne prenderanno cura. Insomma, cosa volere di più?


Colgo questo spazio per ringraziare tutto il condominio di Fogazzaro 14 e tutti i suoi abitanti per il grande impegno profuso.

lunedì 23 novembre 2009

Il kit di analisi creato da Università Bicocca

All'interno del progetto Milano e Provincia da Bere, l'Università Bicocca di Milano ha creato un semplice kid didattico per analizzare l'acqua del rubinetto. Questo kit nasce con uno scopo didattico, ovvero come strumento da usare nelle lezioni che Legambiente tiene nelle scuole per parlare di acqua. Quest'anno verrà distribuito nel corso di eventi, stand e manifestazioni, anche alle famiglie.

Anche una trasmissione di Rai Tre, "Cifre in chiaro" del 30 ottobre (intorno al settimo minuto) ne ha parlato.

per info:
  1. - Sito ZooPlantLab dell’Università di Milano-Bicocca: www.zooplantlab.btbt.unimib.it
  2. - Sito Legambiente: www.legambiente.org
  3. - blog Chidiacquaferisce: www.chidiacquaferisce.blogspot.com

giovedì 19 novembre 2009

CAMPAGNA NAZIONALE “SALVA L'ACQUA” - IL GOVERNO PRIVATIZZA L’ ACQUA !

Si tratta della definitiva consegna al mercato di un diritto umano universale

IMPEDIAMOLO !

Con un decreto del 10 settembre scorso il Governo regala l’acqua ai privati: sottrae ai cittadini l’acqua potabile, il bene più prezioso, per consegnarlo, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati.

Oltre 400.000 cittadini hanno sottoscritto una legge d’iniziativa popolare per l’acqua pubblica, che riconosce il diritto all’acqua ma la proposta giace da due anni nei cassetti delle commissioni parlamentari.

Entro il prossimo 24 novembre, il decreto che privatizza l’acqua potrebbe diventare legge.

Si tratta della definitiva mercificazione di un bene essenziale alla vita

Si tratta di un provvedimento inaccettabile!

Pertanto, noi firmatari del presente Appello chiediamo:

- A tutti i Parlamentari il ritiro delle nuove norme che privatizzano l'acqua e di escludere il servizio idrico dai servizi pubblici locali di rilevanza economica riconoscendo l’autonomia di scelta dei modelli di affidamento da parte degli ATO ed Enti locali.

- Alle forze politiche di sostenere le proposte del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua e in particolare la rapida approvazione della legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico.

- Ai Presidenti delle Regioni di presentare ricorso di costituzionalità contro l’Art.15 del D.L. 135/09 a tutela della autonomia degli Enti Locali sulla base del principio di sussidiarietà riconosciuto dalla Costituzione.

- Agli Eletti nei Consigli Comunali di prendere posizione contro l’Art.15 del D.L 135/09 e di assumere l’impegno ad inserire nello Statuto Comunale il riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e dichiarando il servizio idrico privo di rilevanza economica.

- Ai Cittadini di protestare contro questo Decreto del Governo facendo pressioni sui parlamentari e raccogliendo adesioni a sostegno del presente impegno.

Il presente Appello con le firme raccolte sarà inviato anche al Presidente della Repubblica
e ai Presidenti delle due Camere

L’acqua è un diritto umano universale e un bene comune da conservare per le future generazioni.

Il servizio idrico deve essere gestito da enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori.

Salvare l’acqua è una questione di democrazia

Ottobre 2009 – Appello a cura
Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua

Segreteria Operativa Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
e-mail: segreteria@acquabenecomune.org
Sito web: www.acquabenecomune.org

Se vuoi impegnarti e sottoscrivere vai alla petizione

Legambiente “L’acqua è un bene comune”



Legambiente “L’acqua è un bene comune”

“L'acqua è un bene comune, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica. Obbligare la privatizzazione del servizio idrico, pertanto, vuol dire intraprendere la strada sbagliata. La maggior parte delle esperienze di privatizzazione di questo servizio, infatti, non hanno portato al miglioramento della qualità della risorsa, né alla diminuzione dei consumi e dei costi per i cittadini”. Così Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente ha commentato la fiducia del Governo sul decreto Salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa la liberalizzazione di quello idrico.

“Questa legge costituisce l’ennesimo attacco agli enti locali, Regioni e Comuni - ha aggiunto Cogliati Dezza – che saranno privati della possibilità di amministrare il proprio territorio, anche nella gestione di un bene primario come l’acqua, aprendo la strada ad una speculazione privata soprattutto a discapito dei cittadini. Una decisione come questa, inoltre, non tiene conto delle buone esperienze di gestione pubblica, mettendo tutti sullo stesso piano con gravi conseguenze sulla qualità del servizio offerto ai cittadini. Non si capisce, infatti, perché aziende pubbliche che, ancora oggi, garantiscono la qualità del servizio e tariffe contenute debbano ora essere obbligate a trasferire quote importanti dell’azienda a privati o addirittura a riaffidare la gestione ad altri”.

“Proseguire sulla strada della privatizzazione vuol dire che entro i prossimi quindici anni il 65% del servizio idrico dell’Europa e del Nord America sarà gestito da sole tre multinazionali. Gli interventi normativi che occorrono al nostro Paese per ripristinare su tutto il territorio nazionale un servizio idrico efficiente ed evitare speculazioni economiche e disservizi sono altri– ha concluso Cogliati Dezza -. Occorre, infatti, trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali nella partecipazione alla gestione dei servizi idrici, per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo, dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. Su questi aspetti sarebbe fondamentale intraprendere scelte distinte e puntuali in base alle esigenze territoriali e non generiche, come quelle proposte dal testo di legge in questione, per evitare casi di cattiva gestione o la prevalenza di logiche di profitto a discapito della qualità del servizio e della risorsa, come le perdite idriche e la mancanza di investimenti”.

L’ufficio stampa Legambiente 06 86268353-99 - 76 - 60

Fonte: Legambiente Roma, 17 novembre 2009