martedì 27 febbraio 2018

L’idroelettrico: la priorità è riqualificarlo

Idroelettrico: mai come in questo momento economico/climatico/tecnologico una tecnologia rinnovabile ha suscitato pro e contro. L’elenco sia di detrattori che delle opportunità è lungo. Da una parte c’è la necessità di avere più energia – anche in Europa visto il decommissioning legato al nucleare – dall’altra bisogna abbattere le emissioni. Soprattutto vanno evitati i danni ambientali e anche sociali. Una recente pubblicazione a cura della rivista Nature Sustainability ha fatto ricorso a uno studio del Politecnico di Milano, coordinato dal professor Andrea Castelletti, che in collaborazione con l’Università di Berkeley punta a dimostrare come, pianificando strategicamente la costruzione di dighe, sia possibile aumentare la produzione di energia idroelettrica e allo stesso tempo limitare l’impatto sull’ecosistema fluviale. Il gruppo di ricerca del Politecnico, composto anche da Simone Bizzi e Rafael Schmitt, ha studiato il caso del bacino del 3S (Se Kong, Se San e Sre Pok), un tributario del fiume Mekong e sorgente primaria di sabbia per il delta del Mekong. Siamo dall’altra parte del mondo, ma alcuni temi fanno letteratura. “La nostra tesi” spiega Castelletti, professore associato in gestione delle risorse naturali “è che la pianificazione diga per diga oggi dominante debba essere sostituita da una pianificazione strategiche che stabilisca a livello dell’intero bacino fluviale per verificare quante dighe sia sostenibile costruire e dove e come debbano essere costruite“. Ovviamente il discorso si può allargare a gruppi di bacini come per i Balcani dove una nuova ondata di idroelettrico sembra essere in pianificazione e costruzione. “Oggi abbiamo gli strumenti matematici, tecnici e disponibilità di potenza di calcolo a sufficienza per poter sostenere un cambio di paradigma nel modo in cui si progetta la costruzione di sbarramenti idroelettrici“. Quindi, professor Castelletti, quali sono gli aspetti ambientali da tenere in massima considerazione oggi in fase di progettazione di un impianto idroelettrico? Sono molti. Una diga altera il flusso di acqua e sedimenti di un bacino con ripercussioni su tutto l’ecosistema. Il primo aspetto da considerare è probabilmente il posizionamento e il dimensionamento: la diga a seconda di dove sarà posizionata può avere effetti da significativi a trascurabili sulla connettività ecologica (si pensi alla fauna ittica, le dighe spesso non permettono più di raggiungere pregiate zone di riproduzione a monte) e sulla connettività dei sedimenti (alcuni sottobacini sono più importanti per l’apporto solido di altri, per cui se la diga interrompe un importante afflusso di sedimenti ci saranno forti alterazioni della morfologia a valle con ripercussioni sulla stabilità del letto del fiume e dei suoi argini, sul livello della falda, sugli habitat e sul ripascimento delle coste). Una volta decisa con razionalità (si veda sopra) l’ubicazione è importante decidere le opzioni per politiche di utilizzo (come rilasciare l’acqua): quanto sarà alterata l’idrologia a valle per massimizzare la produzione idroelettrica, che effetto avrà questo su ecosistemi, habitat e trasporto dei solidi a valle. È importante prevedere l’impatto delle politiche di rilascio e avviare da subito un piano di mitigazioni che può includere svariate opzioni: il rilascio di piene controllate per ristabilire il naturale ciclo idrologico la gestione dei sedimenti con installazioni di bocche di fondo o con rimozione meccanica dei sedimenti dal bacino e reimmisione a valle l’installazione di scale di risalita per pesci. Le politiche di regolazione delle dighe andrebbero progettate contestualmente alla diga e al suo posizionamento Terzo aspetto importante da considerare è l’impatto cumulativo delle dighe presenti e pianificate in un bacino, altrimenti gli sforzi fatti per minimizzare l’impatto sull’ambiente da una diga verranno vanificate dagli altri impianti presenti o in fase di progettazione. Ultima ma importantissima considerazione è l’impatto sociale delle dighe. Non è il caso dell’Italia o dei Balcani. Ma per esempio sul fiume Omo (Kenya Etiopia) su cui stiamo lavorando la costruzione delle dighe altera il trasporto di sedimenti e i sedimenti ricchi di nutrienti alimentano la pianura alluvionale dove le tribù locali praticano agricoltura di recessione, pesca e allevamento. Per non parlare del resettlement delle persone che vivono nello spazio verrà occupato dall’invaso. Perché costruire ancora oggi delle dighe? Nei Paesi economicamente più avanzati il potenziale idroelettrico è stato saturato già da molti anni. Gran parte del lavoro adesso riguarda la manutenzione e in alcuni casi la rimozioni di questi impianti, quando obsoleti. In Italia e in Europa c’è una grande spinta recentemente al piccolo idroelettrico. Questa è un tema controverso, poiché la produzione cumulata del piccolo idroelettrico è davvero poco significativa (pochi punti percentuali sul totale dell’energia prodotta) e rischia di frammentare ulteriormente il nostro già compromesso sistema fluviale. Infatti queste opere sono di piccole dimensioni, ma sono molteplici e vengono ubicate nei pochi tratti ancora naturali (spesso di montagna) dei nostri corsi d’acqua. Il loro impatto è modesto ma non trascurabile e il loro impatto cumulato rischia di essere significativo e fronte di una trascurabile aumento dell’energia prodotta. Per i Paesi in via di sviluppo con grandi sistemi fluviali (si veda ail Mekong, il Rio delle Amazzoni, il Cojngo e molti altri) il discorso è diverso. Spesso qui il potenziale idroelettrico deve essere ancora sfruttato. In questi contesti è fondamentale sviluppare politiche energetiche virtuose dove il potenziale idroelettrico è sfruttato fino a una certa capacità di sistema, cioè non tanto da compromettere troppo l’ambiente e i servizi ecosistemi da esso generati. I benefici di una corretta pianificazione energetica che guarda all’impatto cumulato e integra più tipi di fonti rinnovabili nella sua politica energetica può creare grandi benefici nel medio futuro. Questo purtroppo non è sempre possibile, poiché la costruzione di una diga porta spesso ingenti, veloci e locali benefici, mentre i danni sono comuni, su larga scala e tempi lunghi. Per questa ragione non è sempre facile innestare un percorso virtuoso in questi contesti, benché le conoscenza scientifiche sono già tutte disponibile e i vantaggi evidenti. È possibile ragionare sulla riqualificazione delle vecchie dighe? Da dove partire? Questa per il prossimo futuro non è un opzione ma una priorità. Gran parte delle nostre dighe maggiori in Italia, ma anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, sono state costruite nel secondo dopoguerra. Gran parte di questi impianti ha più di cinquant’anni di età e necessità manutenzione e un’analisi attenta sull’opportunità di rimozione. Questo è un aspetto che richiederà grandi risorse nel prossimo futuro e specifiche competenze non sempre disponibili negli enti gestori.

Fonte: Cristina Ceresa, Green Planner Magazine, 20 febbraio 2018

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