lunedì 11 luglio 2022

BIG JUMP 2022 SVEGLIA! NON SI PUO’ FAR MORIRE IL PO

 

BIG JUMP 2022

SVEGLIA! NON SI PUO’ FAR MORIRE IL PO

 

Manifesto per il Po: 8 punti per la tutela del fiume

 

Legambiente Lombardia: “La coperta è corta per l'agricoltura, occorre modificare tecniche irrigue e colture, perchè il sistema fluviale del Bacino del Po oggi è in crisi e lo sarà sempre di più se non si riducono drasticamente i fabbisogni idrici per fare i conti con il cambiamento climatico. Urge l’istituzione di un Parco interregionale per il corso mediano del Po per la tutela dell’ecosistema”.

 


Cremona, 10 luglio 2022 - In occasione del Big Jump, l’iniziativa organizzata dallo European River Network che ogni anno consente ai cittadini di riavvicinarsi a fiumi, laghi e zone umide con un grande tuffo simbolico, Legambiente ha puntato il faro sulla crisi idrica ormai strutturale che attanaglia le regioni attraversate dal fiume Po. Attivisti dell'associazione ambientalista, in contemporanea con i partecipanti in tutta Europa, domenica pomeriggio alle 15 hanno inscenato un flash mob al motto di "Sveglia! Non si può far morire il Po" a Cremona sul Po, davanti alla Canottieri Bissolati. 

Mentre la siccità è un fatto naturale, anche se straordinario, il livello della magra non lo è. Il Po è secco sicuramente perché le precipitazioni hanno subito un drastico arresto in questa primavera e estate 2022, ma anche perchè l'acqua che dovrebbe arrivare al Po dai bacini montani è tutta intercettata per l'impiego irriguo.

In questi giorni di grande carenza idrica i soli quattro emissari dei grandi laghi prealpini, Ticino, Adda, Oglio e Mincio, hanno una portata complessiva che all'uscita dei rispettivi bacini lacustri, è di oltre 300.000 mc/sec: un terzo del dato medio del periodo, ma è comunque un quantitativo d'acqua che sarebbe in grado di dare respiro al grande fiume. L’acqua, però, non arriva al Po perchè viene prelevata lungo il percorso.

“Gli agricoltori lombardi rivendicano una priorità nell’utilizzo idrico rispetto alla salvaguardia dei deflussi fluviali e degli ecosistemi fluviali – dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia – ma i forti prelievi, comunque insufficienti per i fabbisogni delle campagne, fanno sì che il basso corso del Po non riceva acque da monte, il cuneo salino penetri nell’entroterra quest’anno fino a 30 km dalla foce e l’agricoltura polesana sia in ginocchio. La coperta non è mai stata così corta, e il futuro riserva grandi incognite. Occorre farsene una ragione e modificare sia le tecniche irrigue che le colture, perchè il sistema fluviale del Bacino del Po è in crisi e lo sarà sempre di più se non si riducono drasticamente i fabbisogni irrigui per adattarsi al cambiamento climatico”.

Anche i piccoli invasi finanziati dal PNRR, di cui tanto si parla in queste settimane, non salveranno l'agricoltura di una regione come la Lombardia, che ha già una capacità di invaso immensa grazie ai grandi laghi. Occorre invece una miglior gestione della risorsa idrica in un quadro di mutata disponibilità. I piccoli invasi in ambito fluviale o peggio la bacinizzazione di fiumi e torrenti avrebbero impatti devastanti a fronte di benefici tutti da dimostrare. 

In occasione dell’evento del Big Jump, che consente ogni anno di ricordare l’importanza delle acque interne, sempre più minacciate dalle attività antropiche e dagli effetti dei cambiamenti climatici, l’associazione ecologista presenta un Manifesto con 8 proposte per la riqualificazione del fiume Po e dell’intero bacino.

“Per tutelare l’ecosistema, l’economia delle regioni del bacino padano e la vita delle comunità fluviali occorre un approccio integrato che tenga in considerazione tutti gli aspetti legati all’utilizzo e alla conservazione delle risorse del territorio - dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - È evidente che questa crisi, peraltro annunciata dalle scarse nevicate invernali e piogge primaverili, risente fortemente degli effetti dei cambiamenti climatici. E, con un’alterazione anche di un solo grado in più, il ciclo dell’acqua cambia: i ghiacciai delle montagne perdono spessore e lunghezza, il permafrost si degrada, le precipitazioni variano. Dovremo dunque fare i conti con una minore disponibilità d’acqua dolce e con eventi estremi sempre più frequenti; piogge torrenziali e siccità sono due facce della stessa medaglia. Per fronteggiare questa crisi strutturale servirà perciò considerare lo stato del fiume in senso ecosistemico, così come proponiamo nel nostro Manifesto”.

Il Po non è soltanto un corso d’acqua da rappresentare mediante parametri idraulici e da gestire attraverso infrastrutture e opere di difesa, che non di rado hanno compromesso la qualità dell’ambiente fluviale, ma è anche caratterizzato dalla presenza di aree naturali protette, siti di interesse comunitario e riserve riconosciute dall’UNESCO per il loro potenziale legato allo sviluppo sostenibile delle comunità che vivono il fiume e alla loro positiva interazione con l’ecosistema fluviale stesso.

 

Il secondo aspetto sviluppato dal documento è l’impatto delle attività umane sul fiume, in particolare dal punto di vista della qualità della risorsa idrica, soggetta al rischio di inquinamento legato alle attività agrozootecniche e industriali, e della quantità di acqua prelevate per queste stesse attività e per altri usi. Secondo l’associazione ambientalista lo stato attuale del fiume dimostra la necessità di interventi immediati per assicurare il ripristino del deflusso ecologico, riducendo quindi i prelievi e governando in modo più puntuale i consumi. Puntando, ad esempio, su colture meno idroesigenti e su sistemi di contabilizzazione dei quantitativi di acqua impiegati da tutte le attività produttive, agricoltura inclusa.

 

L’associazione ecologista richiama infine l’importanza di una governance efficace delle attività da parte dei soggetti che operano all’interno del bacino per tutelare il fiume e di una maggiore sinergia. Si tratta in particolare di potenziare l’attuale sistema di aree protette, con la realizzazione del Parco nazionale del Delta del Po e l’istituzione di un Parco interregionale per il corso mediano del Po (dove sono già presenti 42 Siti della rete Natura 2000), e di sfruttare al meglio l’opportunità offerta dal progetto di Rinaturazione dell’area del Po. “Finanziato con 357 milioni di euro dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è un’opportunità senza precedenti per riqualificare l’ecosistema fluviale, ma occorre una maggiore integrazione con gli altri interventi finanziati sul territorio e un coinvolgimento effettivo delle comunità locali” conclude Legambiente.


 


Ufficio stampa Legambiente Lombardia 

Silvia Valenti

ufficiostampa@legambientelombardia.it

3498172191

giovedì 7 luglio 2022

SICCITÀ. Perché costruire nuovi invasi non può essere la soluzione

La grave crisi idrica in corso è senza dubbio da inquadrare nella epocale crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi. Questa crisi ha una fondamentale causa: aver perseguito per decenni uno sviluppo economico che prescinde dai vincoli ecosistemici. Nella UE ciò ha avuto tragiche conseguenze: 

● più dell’80% degli habitat è in cattivo stato di conservazione 

● dal 1970 le aree umide si sono contratte del 50% 

● negli ultimi 10 anni il 71% dei pesci e il 60% degli anfibi ha mostrato un declino delle popolazioni 

● un terzo tra api e farfalle sono in declino e un decimo sono sull’orlo dell’estinzione. 

Questi dati non possono essere guardati con sufficienza. La permanenza umana sulla Terra necessita che la biodiversità sia salvaguardata e che si invertano le dinamiche di declino in atto da decenni. Per tali ragioni riteniamo che sia inaccettabile —perché insostenibile e quindi causa di ulteriore aggravio delle future crisi e dai benefici non duraturi— ogni risposta alla crisi idrica che si basi sull’ulteriore depredazione delle risorse naturali e su ogni ulteriore aggressione alla biodiversità: è una scelta letteralmente senza futuro. Siamo pertanto fortemente contrari alle attuali sistematiche deroghe al deflusso ecologico e riteniamo fallimentare e dannosa ogni strategia incardinata sulla costruzione di nuovi invasi lungo i corsi d’acqua. Per un approccio razionale al problema è necessario mettere in discussione come viene utilizzata questa risorsa limitata che è l’acqua. L’agricoltura è il maggiore utilizzatore mondiale: secondo stime ANBI in Italia ad essa sono imputabili 14,5 miliardi di mc di acqua l’anno, pari al 54% dei consumi totali. In quest’ambito, a nostro avviso, è una distorsione che si continui a parlare dei miliardi di euro di danni causati all’agricoltura dalla siccità, quando il fulcro della questione dovrebbe essere la produzione di cibo, che prima di tutto deve essere sostenibile. La sostenibilità è un prerequisito essenziale affinché i livelli produttivi permangano nel tempo, a fronte non solo delle crisi idriche, ma delle numerose altre crisi sistemiche che stanno rendendo sempre più difficile e costoso l’accesso ai fattori su cui si è basata la produttività agricola dal secondo dopoguerra ad oggi. È quindi prioritario ripensare a quali siano le produzioni agricole meritevoli di essere incentivate e quali invece da disincentivare, in un’ottica di sicurezza alimentare, privilegiando ad esempio le colture meno idroesigenti all’interno del nuovissimo Piano strategico nazionale della PAC (PSP) che, lo ricordiamo, è stato bocciato dalla Commissione Europea in particolare proprio per lo scarso coraggio in tema di sostenibilità ambientale. Per incrementare la sostenibilità della produzione agricola è fondamentale poi ridefinire l’organizzazione dei paesaggi agrari e delle pratiche agronomiche. L’agricoltura è la maggiore causa singola di perdita di biodiversità. Nella UE il 70% dei suoli sono degradati. Secondo ISPRA il 28% del territorio italiano presenta segni di desertificazione, che non è banalmente un problema di mancanza d’acqua; infatti, secondo dati del 2008, in Italia “l’80% dei suoli ha un tenore di carbonio organico inferiore al 2%, di cui una grossa percentuale ha valori di CO minore dell’1%”, questo indica suoli disfunzionali, proni alla desertificazione, meno capaci di trattenere acqua e nutrienti, dalla minore capacità produttiva. Va generalizzata quindi l’adozione di misure mirate all’incremento della funzionalità ecologica dei territori agrari e della loro capacità di trattenere e far infiltrare le acque meteoriche e prevenire il degrado dei suoli. Il secondo livello di ragionamento è quello relativo all’uso più efficiente, e in quest’ambito prioritaria è la riduzione delle perdite di rete. Nel 2018 le perdite nelle reti idriche potabili erano pari al 42% in aumento di 10 punti rispetto al decennio precedente, a causa della crescente obsolescenza. Data la situazione, non possiamo quindi non evidenziare come il PNRR preveda di investire entro il 2026 solo 900 milioni di €, quando l’OCSE nel 2013 stimava che dovremmo spendere 2,2 miliardi €/anno per i prossimi 30 anni per far fronte alle necessità del Paese e per metterci in pari con il livello di investimenti per il mantenimento delle reti del resto d’Europa. Solo avendo a riferimento questa primaria forte riduzione dei fabbisogni ha senso interrogarsi sulle strategie più opportune per assicurarci la necessaria disponibilità idrica durante la sempre più lunga stagione secca. Nel dibattito pubblico attualmente sembra che esista solo un’unica possibilità: costruire nuovi invasi artificiali. Come CIRF siamo totalmente contrari a nuove dighe lungo i corsi d’acqua, mentre siamo possibilisti su piccoli invasi collinari volti alla raccolta dei deflussi superficiali, per quanto pure questi non siano esenti da criticità. Non si possono proporre nuove dighe senza considerare il loro fortissimo impatto sui sistemi idrografici; attualmente gli sbarramenti sono: 

● il fattore di pressione più significativo in almeno il 30% dei corpi idrici europei; 

● causa del mancato raggiungimento del buono stato ecologico in almeno il 20% dei corpi idrici europei. 

Più nello specifico le dighe (insieme alle escavazioni in alveo) hanno determinato un cronico deficit di sedimenti su estese porzioni del reticolo idrografico italiano, con incisione degli alvei ed erosione costiera, che hanno determinato danni a ponti e opere di difesa, con un ingente esborso di risorse per ricostruire o stabilizzare tali infrastrutture e per realizzare opere di difesa dei litorali. Incisione degli alvei ed erosione delle coste sono fattori primari di depauperamento delle falde freatiche e di intrusione del cuneo salino, ovvero proprio quei fenomeni che imputiamo (esclusivamente) alla siccità e che pretendiamo di combattere con nuove dighe. 

All’accumulo negli invasi si collegano poi altri problemi significativi che non vengono mai messi sul tavolo della discussione: 

● gli invasi perdono molta acqua per evapotraspirazione, come media italiana, ad essere molto cautelativi, non meno di 10.000 mc/anno per ogni ettaro di superficie dello specchio d’acqua, ma questa quantità è sicuramente maggiore nel Mezzogiorno e per gli invasi di minori dimensioni (ad esempio quelli collinari) e non farà che aumentare al crescere delle temperature medie; 

● soprattutto negli invasi più piccoli l’acqua può raggiungere temperature elevate, con formazioni di condizioni anossiche, fioriture algali e sviluppo di cianotossine (uno dei problemi emergenti di maggior rilievo a livello mondiale) tutti fattori che compromettono il successivo utilizzo di queste acque. 

Il luogo migliore dove stoccare l’acqua è la falda, ogni qual volta ce n’è una. I serbatoi artificiali sono sostanzialmente interventi monofunzionali, la multifunzionalità tanto sbandierata è solo una chimera, come mostra la realtà degli invasi esistenti, perché i diversi obiettivi a cui possono teoricamente contribuire sono tra loro conflittuali e nella pratica si possono raggiungere solo molto parzialmente. La ricarica controllata della falda determina un ventaglio ampio di benefici oltre quello dello stoccaggio: falde più alte sono di sostegno a numerosi indispensabili habitat umidi, lentici e lotici; si previene la subsidenza indotta dall’abbassamento della falda; falde più elevate rilasciano lentamente acqua nel reticolo idrografico sostenendo le portate di magra; livelli di falda alti contrastano l’intrusione del cuneo salino. I sistemi di ricarica controllata della falda costano in media 1,5€/m3 di capacità di infiltrazione annua, mentre per gli invasi i costi arrivano a 5-6€/m3 di volume invasabile. I sistemi di ricarica controllata consumano molto meno territorio, per essi è più facile trovare siti idonei. Nell’immediato, non possiamo controllare l’andamento delle precipitazioni e delle temperature (per quanto esso sia stato condizionato nei decenni dall’attività antropica) ma possiamo certamente agire (con prospettive di risposta a breve termine) per far sì che le sempre minori e più concentrate precipitazioni permangano più a lungo sul territorio invece di scorrere velocemente a valle fino al mare. Per ottenere ciò bisogna attuare una grande opera di riqualificazione che comprenda: 

  1. la riqualificazione morfologica ed ecologica dei corsi d’acqua, decanalizzandoli e recuperando le forti incisioni subite nei decenni scorsi, riconnettendo le pianure alluvionali, ripristinando fitte formazioni boscate riparie; 
  2. la ricostituzione della rete di siepi interpoderali e del reticolo idraulico minuto; 
  3. l’adozione generalizzata di pratiche colturali che implementino il contenuto di sostanza organica nei suoli e la loro capacità di assorbire le piogge e trattenere umidità e nutrienti (un incremento dell’1% nel contenuto di sostanza organica può garantire fino a 300 m3/ha di accumulo idrico nel suolo, disponibile per la vegetazione); 
  4. la de-impermeabilizzazione delle aree urbane. 

Queste sono misure previste dalle strategie per la “biodiversità 2030” e “From farm to fork” nell’ambito del New Green Deal della UE. E riprese dalla recente proposta normativa (il “Pacchetto Natura”) presentata il 22 giugno scorso dalla Commissione Europea. Le proposte attualmente in discussione in Italia vanno esattamente nella direzione opposta. Sempre più dovremmo imparare a convivere con i due estremi di lunghe siccità e precipitazioni intense, con il loro portato di alluvioni, a cui solo un territorio e un reticolo idrografico maggiormente naturali possono far fronte contemporaneamente. Chiediamo pertanto al Governo di fermare il piano invasi e di mettere in campo una strategia di adattamento davvero integrata, incardinata su un esteso piano di riqualificazione e di incremento della biodiversità, come giustamente suggerito dalle recenti strategie e proposte normative europee. 

CIRF - Venezia, 5 luglio 2022 

domenica 19 giugno 2022

CRISI IDRICA PIOGGE DIMEZZATE DA INIZIO ANNO. PIANURA A SECCO E BACINI MONTANI IN DEFICIT DI 4 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA

 

CRISI IDRICA 
PIOGGE DIMEZZATE DA INIZIO ANNO. PIANURA A SECCO E BACINI MONTANI IN DEFICIT DI 4 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA

 

RISERVE DISPONIBILI MAI COSI’ SCARSE: SE NON PIOVE IL LARIO POTRA’ RIFORNIRE DI ACQUA L’AGRICOLTURA SOLO PER 8-9 GIORNI

 

Legambiente: “Siamo in emergenza climatica, devono cambiare colture e consumi idrici in agricoltura evitando inutili battaglie per l’acqua”

 


Milano, 15 giugno 2022 - La pianura lombarda è assetata come non mai: secondo i dati della rete di centraline del CML - Centro Meteo Lombardo, in oltre metà delle località di pianura dotate di pluviometri quest’anno non si sono raggiunti nemmeno i 150 mm di precipitazioni, ovvero meno di un terzo delle piogge cumulate che normalmente cadono tra gennaio e giugno. La situazione più grave riguarda la pianura risicola, tra la provincia di Pavia e quella di Lodi. Non va meglio sui rilievi appenninici dell’Oltrepò, dove i torrenti sono in secca e in diversi centri della Valle Staffora si sta iniziando a razionare la fornitura idrica. Ma ciò che è più grave è la assenza di rifornimento dai bacini alpini, che in questo periodo dovrebbero beneficiare ancora delle acque del disgelo: la neve quest’anno è invece da tempo scomparsa anche alle quote più alte, e con il caldo che spinge lo zero termico ad altitudini superiori ai 4000 metri, ciò che sta fondendo, con un anticipo di un mese e mezzo, sono le nevi e i ghiacci ormai non più ‘perenni’. In ogni caso si tratta di apporti largamente insufficienti a far fronte alla sete dei campi.

 

Secondo i dati periodicamente aggiornati da ARPA Lombardia, i bacini montani dei grandi fiumi da cui dipende la gran parte dei fabbisogni agricoli e industriali presentano un inedito deficit di precipitazioni: da inizio anno nel bacino montano dell’Adda sono caduti 270 mm di pioggia, è andata un po’ meglio nella catena orobica in cui mediamente si sono misurati 340 mm. Per confronto, negli ultimi 4 anni, la precipitazione misurata nello stesso periodo dell’anno, era pari a circa 460 mm nel bacino dell’Adda e a 660 in quelli di Brembo e Serio. Complessivamente, da inizio anno si è accumulato un deficit pluviometrico nei bacini alpini valutabile in circa 4 miliardi di metri cubi d’acqua

 

A farne le spese sono stati in primo luogo i laghi prealpini, che funzionano da enorme serbatoio il cui rilascio è gestito dagli enti regolatori che manovrano le dighe degli emissari modulando la portata dei grandi fiumi (Ticino, Adda, Oglio, Chiese e Mincio) per rispondere ai fabbisogni dei grandi utilizzatori idrici, e in particolare dei consorzi irrigui. Il Gardaè l’unico che dispone ancora di oltre la metà del suo volume di invaso, mentre la situazione è critica per il Verbano, il cui livello è ormai sotto lo zero idrometrico e che sta riducendo i rilasci di portata, ed anche per il Lario, in cui il livello sta scendendo al ritmo di 7 cm al giorno: se non pioverà, per il lago di Como il limite minimo di regolazione sarà raggiunto in soli 8-10 giorni, davvero troppo poco per i fabbisogni delle grandi aree di pianura che dipendono dai canali che pescano dall’Adda. Da inizio anno, secondo le misure degli Enti Regolatori dei laghi, alla contabilità idrica del Verbano sono mancati 2.260 milioni di mc di afflussi, mentre ne sono mancati 920 milioni al Lario, 400 milioni al Sebino, 130 milioni all’Eridio e 400 milioni al Benaco.

 

Inutile fare troppo affidamento sulle acque dei bacini idroelettrici montani: anche loro sono ben al di sotto della loro capacità. Le dighe dell’intero bacino montano dell’Adda, ad esempio, contengono solo un terzo della capacità complessiva di invaso, pari a 515 milioni di mc. Ma è un’acqua preziosa i cui rilasci vanno gestiti con grande attenzione, perché siccità e caldo potrebbero presto rendere critica l’alimentazione della rete elettrica, considerando anche che le centrali termoelettriche hanno bisogno di tanta acqua per il raffreddamento, e che nei fiumi da cui la prelevano ce n’è sempre meno.

 

«Quello che da anni si paventava per il futuro oggi sembra già essere una realtà. Si preannuncia una battaglia dell’acqua tra i grandi utilizzatori, ma la coperta è corta per tutti: non ci sono grandi margini di contesa di una risorsa idrica che non è mai stata così scarsa – constata Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia – e che deve vedere i fiumi rappresentati nei tavoli istituzionali, ‘legittimi proprietari’ dell’acqua che preleviamo a scopi produttivi. Occorre, infatti assicurare che il deflusso sia garantito lungo tutte le aste fluviali, per evitarne la morte biologica: derogare all’obbligo di deflusso vitale porterebbe pochissimi vantaggi in termini di disponibilità idrica in agricoltura, ma causerebbe danni ambientali potenzialmente irreparabili».

 

Dal territorio e dalla cronaca arrivano già numerose testimonianze della sofferenza dei fiumi lombardi, dovute alla scarsa portata e ai suoi effetti sulla concentrazione di inquinanti, l’eutrofizzazione e il surriscaldamento dell’acqua, che con il procedere della stagione rischia di determinare morie generalizzate della fauna ittica

 

«Al punto in cui siamo occorre fare ogni sforzo per limitare i danni all’agricoltura, ma come ripetiamo da anni il problema vero non è la scarsità di acqua, ma il fatto che ne utilizziamo troppa in un quadro climatico ormai cambiato – dichiara Damiano Di Simineresponsabile scientifico di Legambiente Lombardia – Da sempre la nostra è la regione italiana di gran lunga più dotata di riserve idriche, ma da due decenni queste riserve non sono più una garanzia di disponibilità illimitata. Occorre introdurre tecniche irrigue più efficienti, e anche modificare gli ordinamenti colturali, diversificando le colture oggi dominate dalle due specie in assoluto più esigenti in termini irrigui, il riso e soprattutto il mais».

 

L’associazione mette anche in guardia rispetto a quelle che appaiono come facili soluzioni, ad esempio la creazione di piccoli invasi per lo stoccaggio idrico: «i piccoli invasi possono essere interessanti per realtà che ne sono prive, ma la Lombardia ha una capacità di stoccaggio idrico imponente. Tra bacini idroelettrici e grandi laghi prealpini possiamo gestire una capacità di invaso di oltre 2,5 miliardi di metri cubi. Affrontare spese enormi per aumentare di uno o due punti percentuali il potenziale di stoccaggio idrico davvero non pare una risposta efficace, rischia di diventare un diversivo per ritardare le azioni prioritarie, che sono le politiche e gli investimenti per la riduzione dei fabbisogni idrici dell’agricoltura lombarda» concludono da Legambiente Lombardia.

 


Ufficio stampa Legambiente Lombardia 

Silvia Valenti

ufficiostampa@legambientelombardia.it

3498172191

Statistics image

mercoledì 11 maggio 2022

CONTROLLO DELLE ZANZARE: STOP AGLI SPRAY NELLE AREE VERDI PUBBLICHE E CONDOMINIALI.

COMIUNICATO STAMPA

 

CONTROLLO DELLE ZANZARE: STOP AGLI SPRAY NELLE AREE VERDI PUBBLICHE E CONDOMINIALI.

LEGAMBIENTE E ISDE SCRIVONO AI SINDACI DI CITTA' METROPOLITANA E A REGIONE LOMBARDIA: UN PERICOLO PER LA BIODIVERSITA’ E LA SALUTE UMANA

 

“Trattamenti adulticidi solo in situazioni gravi certificate da autorità sanitarie, la strada maestra è la prevenzione e l’igiene ambientale!”

 


Milano, 9 Maggio 2022 - La contaminazione da pesticidi è una delle cause della perdita di biodiversità, oltre che un rischio per la salute umana. Questo vale anche per gli insetticidi impiegati nella lotta alle zanzare in ambiti urbani, e perfino negli spazi aperti condominiali: sono trattamenti non selettivi, che agiscono a largo spettro, risultando altamente tossici per gli impollinatori presenti nell’ambiente urbano, ed inoltre riducendo drasticamente i tanti predatori naturali (rondini, pipistrelli, uccelli insettivori, libellule, gechi, lucertole, rane e rospi), con il risultato di avere una popolazione sempre più resistente proprio dell’insetto che si vorrebbe eliminare: la zanzara. Sono inoltre particolarmente nocivi per gli animali domestici, nei quali potrebbero apparire segni di intossicazione.

 

A seguito di numerose segnalazioni di un utilizzo disinvolto e massiccio di insetticidi aerodispersi in diversi comuni, Legambiente e ISDE – Medici per l’Ambiente hanno preso l’iniziativa di scrivere a tutti i comuni della città Metropolitana, oltre che a Regione Lombardia e all’ATS di Milano, chiedendo l’emanazione di ordinanze e di iniziative di corretta informazione nei confronti dei cittadini, degli amministratori di condominio e dei coltivatori di orti urbani. 

 

«La lotta adulticida non deve essere considerata un mezzo da adottarsi “a calendario”, ma sempre e solo in presenza di minacce gravi e certificate dall’autorità sanitaria, ad esempio in presenza di focolai di malattie trasmissibili dalla puntura di zanzara. Di certo non è agli amministratori condominiali, né ai tecnici comunali, che compete di sostituirsi alle autorità sanitarie – spiega Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia – L’impiego in aree densamente abitate di trattamenti di lotta adulticida alle zanzare, spesso anche a partire dai mesi primaverili in totale assenza degli insetti, risulta quasi per nulla efficace nel controllo delle popolazioni di zanzare, e invece molto nocivo per ambiente e salute».

 

È dimostrato da numerose ricerche scientifiche che le zanzare immancabilmente e rapidamente diventano resistenti alle sostanze chimiche con cui le si vorrebbe combattere. La resistenza si forma in modo più rapido in alcune specie di zanzare come l’Aedes albopictus, la cosiddetta “zanzara tigre”. Ne consegue che condurre una lotta chimica alle zanzare in assenza di malattie significa addestrarle e renderle immuni alle nostre armi ed è quindi non solo inefficace, ma anche controproducente e pericolosa.

 

«I potenziali effetti pericolosi degli insetticidi per la salute umana non sono affatto trascurabili – spiega Celestino Panizza, referente regionale di ISDE-Medici per l’Ambiente –. Alcuni piretroidi sono interferenti endocrini e potrebbero avere nel tempo effetti sullo sviluppo neuro-comportamentale di neonati e bambini, oltre che danni riproduttivi nella popolazione maschile. Essi, inoltre, sono indicati dall’EPA (US-Environmental Protection Agency) come “verosimilmente cancerogeni per l’uomo”. In ogni caso si tratta di sostanze la cui pericolosità non deve essere sottovalutata, a maggior ragione in aree densamente abitate e intensamente fruite: il loro impiego deve essere limitato a circostanze, attentamente valutate, di effettivo rischio di infezioni veicolate da zanzare».

 

La lotta alle zanzare si fa innanzitutto con misure di prevenzione e di igiene ambientaleeliminando tutti i ristagni d’acqua, anche i più piccoli, delle dimensioni di un sottovaso, o gli accumuli incontrollati di oggetti e rifiuti, nelle cui raccolte d’acqua le zanzare si riproducono. Le popolazioni di predatori delle zanzare dovrebbero essere particolarmente protette in ambiente urbano, tutelandone nidi e siti di riproduzione. All’interno di vasche e fontane occorre che vi siano anche pesci che si nutrono di larve di zanzare, come le gambusie o i pesci rossi, mentre per i ristagni d’acqua di caditoie e tombini è necessario il ricorso a prodotti larvicidi. Sempre da raccomandare l’uso di zanzariere da applicare agli infissi. Tutte misure che servono a ridurre la popolazione di zanzare a livelli tollerabili, senza inutili spargimenti di veleni.

 

Il documento completo stilato da Legambiente Lombardia e ISDE è disponibile qui.


Ufficio stampa Legambiente Lombardia 

Silvia Valenti

ufficiostampa@legambientelombardia.it

3498172191

3498172191

 

lunedì 2 maggio 2022

6 MAGGIO GIORNATA EUROPEA DELLE STRADE SCOLASTICHE

 

6 MAGGIO GIORNATA EUROPEA DELLE STRADE SCOLASTICHE

A MILANO CHIUSA VIA BEROLDO, LABORATORI E ATTIVITA’ IN STRADA CON GLI STUDENTI

 

ORE 11 CONFERENZA STAMPA


Milano, 2 Maggio 2022 – Dopo il successo della campagna “Tutti giù per strada” e di altre iniziative analoghe in Spagna e Belgio, la coalizione europea della Clean Cities Campaign, di cui Legambiente è parte, promuove per il 6 maggio una giornata di mobilitazione per chiedere più Strade Scolastiche in tutte le città d’Europa. Per "Streets for kids" migliaia di bambine e bambini in diversi paesi europei manifesteranno, nello stesso momento, per chiedere più strade scolastiche: più spazio per giocare e aria buona da respirare.

Le strade scolastiche sono uno spazio rinnovato a beneficio dell'intera comunità scolastica: alunni e studenti, docenti, genitori e famiglie. Significa chiudere permanentemente o temporaneamente al traffico le strade adiacenti agli accessi scolastici, per permettere la socialità e il gioco in un ambiente più sicuro e meno inquinato.

 

A Milano Legambiente Lombardia, in collaborazione con l'IC Ciresola, il Liceo Carducci, il Civico Polo Scolastico Manzoni, ha scelto via Beroldo come esempio: gli ultimi 100 metri della strada, dove insistono gli istituti, saranno chiusi al traffico, sarà rimossa la sosta delle auto e verranno installate piante ornamentali. Sin dal mattino gli studenti saranno coinvolti in laboratori e attività didattiche all’aria aperta. L'obiettivo è sollecitare all'amministrazione comunale la definizione di più strade scolastiche a Milano.

 

L’appuntamento è per venerdì 6 maggio in via Beroldo (MM1 Loreto, Vle Brianza) dalle 9 alle 18Alle 11 conferenza stampa nella quale saranno coinvolti anche gli studenti per un confronto con i rappresentanti delle istituzioni.

 

Saranno presenti:

Anna Scavuzzo, vicesindaco con delega all'Educazione

Marco Granelli, assessore alla Sicurezza

Simone Locatelli, presidente Municipio 2

Alessia Curti, assessora Educazione Municipio 2

Donatella Ronchi, assessora Mobilità Municipio 2

Anna Polliani, dirigente IC Ciresola

Andrea Di Mario, dirigente Liceo Carducci

Maria Bernadette Rossi, dirigente Civico Polo Scolastico Manzoni

Barbara Meggetto, presidente Legambiente Lombardia

Federico Del Prete, responsabile mobilità e spazio pubblico, Legambiente Lombardia

Claudio Magliulo, responsabile CleanCities Campaign Italia nazionale TBD

 


Ufficio stampa Legambiente Lombardia 

Silvia Valenti

ufficiostampa@legambientelombardia.it

3498172191

SICCITA’: SCORTE IDRICHE AI MINIMI STORICI, MANCANO 2 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA

SICCITA’: SCORTE IDRICHE AI MINIMI STORICI, MANCANO 2 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA DOSSIER - ACQUA E AGRICOLTURA Occorre ridurre i fabbiso...